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                           LA PLASTICITA' COME POTENZIALE DEL CORPO-MENTE  

P. FRUSCELLA      

                       

La plasticità, e cioè la capacità di cambiare forma, è una delle principali caratteristiche della materia. Essa permette l'adattamento a nuovi stimoli ambientali ed è un requisito per la sopravvivenza.

Blaise Pascal nel suo trecentosettantottesimo pensiero definì l'essere umano una canna pensante (1), avvisandoci sulla nostra fragilità materiale messa a costante repentaglio dalle più insignificanti cause esterne. "Non siamo che un'infinitesima parte del tutto, un punto sperduto nell'universo", dice Pascal. "Un vapore, una goccia d'acqua (sic) bastano ad annientarci".

La materia umana è in balìa degli eventi e non può che piegarsi dinanzi a forze maggiori. Così come si curva la canna.

Pascal poteva riferirsi all'Arundo Donax, della famiglia delle graminacee, comune sulle sponde dei fiumi e dei canali dell'Europa mediterranea e diffusa in seguito in tutto il continente americano. Oppure alla canna del bambù, la Bambousa Aeudinacea, la canna esotica che, riscaldata dal sole tropicale, può crescere alla velocità di venti centimetri al dì (2).

Ricche di silicio, ed usate in fitoterapia come ricostituenti per le ossa e i capelli fragili, diuretiche, galattofughe ed emmenagoghe, hanno raffigurato per il fisico, matematico, filosofo, teologo giansenista il paragone ideale alla duttile ed elastica materia che forma l'essere umano, il quale deve imparare a piegarsi senza spezzarsi.

Nell'epoca in cui nacque Pascal era in auge il razionalismo di Cartesio (che morì quando Pascal aveva ventitré anni).

Cartesio definiva la materia sostanza estesa e il pensiero sostanza pensante. Pascal riscatta la precarietà del corpo materiale con l'estensibilità, la plasticità del pensiero.

Se il corpo è un puntino sperduto nell'universo, il pensiero è coestensivo allo spazio infinito. Il puntino smarrito è capace, infatti, di pensare tutto ciò di cui l'universo è composto: sole, luna, pianeti e galassie, buchi neri, materia e antimateria.

La nobiltà della mente si riconosce dalla sua infinita plasticità.

Il corpo usa la sua plasticità per difendersi da eventi sfavorevoli. Il pensiero per abbracciare il tutto, per plasmarsi sul tutto.

Anche il neurone, cellula costituente dei tessuti nervosi, è strutturalmente simile ad una canna. Ha il suo rizoma (il corpo cellulare), le sue radici (i dendriti), e il suo fusto (l'assone). Dalla sua attitudine a cambiare forma se ne riconosce la vitalità. A seconda delle condizioni ambientali, dell'età, del tipo d'alimentazione, dell'assunzione di farmaci, dell'applicazione intellettuale il neurone prospera o si consuma, le sue radici si propagano o si atrofizzano, e il suo fusto s'allunga o si contrae.

I processi plastici di estensione e retrazione non sono un privilegio esclusivo del corpo-mente, ma competono anche allo spazio-tempo (cronotopo) che, per la teoria della relatività ristretta, non ancora confutata, si dilata e si restringe a seconda della maniera d'andare.

Un neurone può essere concimato con fattori di crescita (proteine neurotrofiche) (3), e alimentato con l'apprendimento (forma astratta di nutrimento o, almeno, non attualmente misurabile come materia), e una cellula muscolare cresce con le proteine plastiche (possibilmente consentite dalla legislazione) e le istruzioni di un bravo allenatore.

La plasticità e l'elasticità sono, dunque, due unità di misura del benessere del corpo e del suo potenziale intellettivo.

Ma anche gli esseri unicellulari le sfruttano per sopravvivere. L'ameba, ad esempio, cambia continuamente forma. Nuota beata, estroflettendo braccine dette pseudopodi. Quando ha appetito si trasforma in una boccuzza, se avverte il pericolo si appiattisce. esegue con facilità le sue metamorfosi perché è un corpuscolo soffice e non obbligato a mantenerre orientati i suoi visceri. L'acqua, in cui vive, le facilita i movimenti tridimensionali, conservandola morbida, e la sua autonomia plastica è ancora favorita dal fatto che il protozoo è una cellula unica, che non spende grandi risorse per l'autoregolazione dei suoi processi vitali, al contrario di noi umani, che, per vivere, dobbiamo far funzionare assieme miliardi di cellule di diverso tipo.

La plasticità, che permette al nostro corpo di compiere non più di qualche salto o acrobazia, consente alla nostra coscienza di ampliarsi su livelli multipli dello scibile, grazie alla sua forza d'espansione che alcuni hanno preteso di misurare: dieci alla tredicesima bit per la capacità di memoria (appena inferiore a quella elefantina), dieci alla tredicesima bit al secondo per la potenza di calcolo (4). Mentre i mistici affermano che la potenziale plasticità della mente ha valore infinito poiché, se coltivata con metodo, ci permette d'entrare nel dominio del trascendente (5).

Il corpo in grado di coltivare la felicità somiglia a un frutto polposo (frutto deriva dal latino frui, godere), è liscio e sodo. L'invecchiamento si riconosce da un generale processo di retrazione psico-fisica. I tegumenti si raggrinzano, il frutto avvizzisce.

Le molteplici vie per sviluppare le potenzialità plastiche del corpo-mente ci guidano verso un rapporto armonioso con la realtà. Il giusto equilibrio, il debito tono ragiunto dal nostro corpo migliorerà l'ambiente circostante per un fenomeno simile alla risonanza acustica, che fa entrare in vibrazione tutti i corpi con uguale periodo di vibrazione.

Ogni miglioramento raggiunto in termini di benessere e libertà aumenterà il benessere e la libertà attorno a noi.

                                           ©  Fruscella 1994

1. Pascal, B.: Pensieri, Mondadori, 1968.

2. Font Quer, P.: Plantas Medicinales, el Dioscoridés renovado, Editorial Labor, Barcelona 1985.

3. Mobley, W.C. e Coll.: Nerve growth factor increases choline acetyltransferase activity in developing basal forebrain neurons, Molecular Brain Research, 1:53-62, 1986.

4. Barrow, J.D.: Teorie del tutto, Adelphi 1992.

5. Maharishi Mahesh Yogi, Science of being and art of living, Signet, N.Y. 1968.